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il progetto di mindfulness a cura di Valentina Giordano

LA SOFFERENZA E LA NOSTRA PARTE DI RESPONSABILITÀ

Nessun cammino spirituale ha mai promesso la sparizione delle circostanze dolorose della vita. Nessuno. Che cosa può promettervi allora un cammino spirituale? Un modo radicalmente nuovo di porvi in questa realtà dell’esistenza, di non negarla più, di guardarla in faccia con coraggio, di abbandonare le fantasie che non portano a niente.

 

~ Arnaud Desjardins

 

 

 

Esiste un autoinganno molto persuasivo a cui è possibile credere quando si intraprende un cammino di consapevolezza, ed è l’idea che ora che ci sentiamo risvegliati, abbiamo ripreso i sensi e siamo così centrati e padroni di noi stessi non soffriremo mai più.

 

Alzi la mano chi di voi, nonostante la pratica, non abbia mai desiderato intimamente essere immune da quello che ci spaventa di più, la sofferenza (e vi prego, non fatemi sentire sola nell’aver creduto a questa illusione!).

 

Quando intraprendiamo un qualsiasi cammino che ci permetta di coltivare la consapevolezza, specialmente se lo facciamo in un momento in cui stiamo male, il fatto stesso di aprirci alla meraviglia della vita, così com’è, e di coltivare una chiara visione entrando in contatto con la nostra zona tenera e il nostro cuore risvegliato, ci infonde un senso di fiducia e di forza.

Ci sembra di vivere in uno stato di grazia, sentiamo che d’ora in poi potremo affrontare gli alti e bassi della vita con coraggio.

 

Fin quando non ci troviamo di nuovo a fronteggiare un basso un po’ più basso, qualcosa che per qualche ragione tocca in noi delle corde profonde e ci rimette sottosopra. Magari è una delusione, un senso di rabbia e di spreco, una relazione in cui avevamo sinceramente investito e invece finisce male, o una vecchia dinamica del passato che ci sembrava aver risolto e invece si ripresenta, ancora lì, sotto nuove sembianze. O forse qualcosa che è fuori dal nostro controllo e allora ci fa sentire di nuovo piccoli e impotenti.

 

Ci scontriamo con la nostra mancanza di gentilezza, arriviamo a mettere in discussione l’intero cammino, a chiederci se non era meglio iscriversi ad un corso di violino, così almeno a quest’ora sapremmo suonare uno strumento nuovo. È così che siamo abituati a vedere le cose quando siamo orientati al risultato: è tutto un successo o un fallimento.

 

Ma se ci concediamo di entrare nel cuore della pratica – e questo può avvenire solo se ci regaliamo il tempo e l’agio di osservare le nostre reazioni meccaniche a cui possiamo scegliere di non credere immediatamente, e che invece quando corriamo e non abbiamo tempo si sovrappongono all’esperienza, diventando la realtà stessa – ecco, se ci concediamo di entrare in profondità nella pratica, scopriremo che se proprio vogliamo ricondurre tutto alla dicotomia successo/fallimento, possiamo ampliare la nostra visione fino a vedere che il successo risiede nell’intenzione.

 

L’intenzione è infatti radicata nella possibilità che abbiamo qui e ora, nel momento presente, e non nel risultato. Ed è qualcosa a cui possiamo ritornare in ogni momento.

 

Si tratta quindi di coltivare un’intenzione di bene per noi e gli altri e, di fatto, un’intenzione di rinuncia.
Rinuncia, cioè, a proliferare su come dovremmo essere, per goderci invece la bellezza di ciò che siamo. Rinuncia a pensare che le cose vadano bene solo quando vanno come vorremmo, per lasciare invece lo spazio alla gratitudine verso ciò che arriva. Rinuncia ad assecondare meccanicamente le nostre abituali reazioni, per aprirci alla possibilità di una risposta più appropriata. Rinuncia, in definitiva, a tutto ciò che non è salutare per noi e quindi a quella dose di sofferenza autoindotta che spesso ci infliggiamo senza rendercene conto.

 

Per farlo, possiamo praticare il “retto sforzo”, che non ha a che fare con la foga, la bramosia o la fatica, che non comporta quindi una tensione, ma è piuttosto quella ferma determinazione che possiamo coltivare nell’essere svegli, nell’osservare noi stessi e l’esperienza come fossimo dei testimoni, senza giudizio.
Consiste in quattro tipi di impegni, a cui possiamo far seguire delle domande – ognuno ha le proprie – e provare a rispondere silenziosamente e con onestà tra di noi:

  • adoperarsi perché stati non salutari sorti non perdurino;

Quante volte, guidati dal pilota automatico, non ci limitiamo a stare nel dolore o nel disagio ma piuttosto lo alimentiamo, anche attraverso il rimuginio mentale o la tendenza a cercare tra noi e gli altri dei colpevoli?

  • adoperarsi perché stati non salutari non sorti non sorgano;

Possiamo de-automatizzare la nostra reazione meccanica e prenderci una pausa che ci permetta di vedere le cose con maggiore chiarezza e distacco, senza farci portare via, in quel momento cruciale in cui stiamo per cedere ad una reazione che non ci fa bene e possiamo ancora scegliere?

  • adoperarsi perché stati salutari non sorti sorgano;

Abbiamo il potere di scegliere quali stati salutari coltivare? Sappiamo riconoscere quali stati ci fanno bene?

  • adoperarsi perché stati salutari sorti perdurino.

Quanta energia vogliamo investire per il nostro benessere?

 

Mi sono presa tutto il tempo necessario per capire a fondo quello che a primo impatto sembra uno scioglilingua, e sono certa che dovrò tornarci su ancora e ancora. Ma vi invito a fare altrettanto.

 

C’è qualcosa che è nella nostra responsabilità e che possiamo fare, anche in relazione alla nostra sofferenza: adoperarci.

Magari a volte significherà semplicemente “non fare”, ma possiamo scegliere di fare anche questo. È un modo di prenderci cura di noi e di uscire da quello che Ezra Bayda chiama “un surrogato della vita”, un vortice cioè di ansia e confusione.

 

In fondo il dolore è inevitabile, ma la sofferenza è un optional.

 

 

PS: È questo un insegnamento che porto nel cuore, ricevuto durante un discorso molto più ampio sul Dharma dagli insegnanti dell’A.Me.Co., in ritiro. Vi invito ad associarvi per accedere ai loro materiali e alla loro inestimabile saggezza.



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