Welcome to the river

Benvenuto in go as a river,
il progetto di mindfulness a cura di Valentina Giordano

TI ASCOLTO, ANCHE QUANDO NON PARLI

Quando ti chiedo di ascoltarmi

e tu cominci a darmi consigli,

non fai ciò che ti chiedo.

 

Quando ti chiedo di ascoltarmi

e tu cominci a dirmi perché

non dovrei sentirmi in quel modo,

calpesti le mie sensazioni.

 

Quando ti chiedo di ascoltarmi

e tu pensi di dover fare qualcosa

per risolvere i miei problemi,

mi deludi.

 

Quindi ti prego, ascolta

e sentimi.

E se desideri parlare,

aspetta qualche istante il tuo turno

e ti prometto che ascolterò. 

~ Leo Buscaglia

 

 

 

Ogni tanto mi ricordo di quanto impegno richieda esserci per noi e per gli altri, al meglio delle nostre possibilità, e di quanto la pratica ci aiuti a coltivare una semplice intenzione: quella di vivere una vita autentica.

 

C’è un canale importante che ci mette in connessione con noi stessi e gli altri, ed è l’ascolto. Si tratta di una qualità che può essere sviluppata, e vale la pena lavorarci con impegno.

Spesso, anziché ascoltare, pensiamo a come intervenire nella conversazione e questo non è un vero e proprio ascolto, ma un altro modo di parlare a noi stessi, di alimentare la storia che ci raccontiamo su come la vita e le cose dovrebbero essere. Non appena si crea un piccolo spazio, lo riempiamo con le nostre opinioni. Talvolta, non aspettiamo nemmeno che quello spazio emerga, ma lo creiamo, sovrapponendoci all’altro.

 

Diamo consigli, offriamo soluzioni, sappiamo verità. Ma è davvero quello che l’altro desidera da noi e ci sta chiedendo?

 

Questa domanda è tanto più importante quando entriamo nel terreno accidentato delle relazioni affettive, in cui spesso portiamo con noi il peso dell’aspettativa e la pretesa che l’altro sia lì a soddisfare i nostri desideri.

 

Allora un compagno, un amico, un genitore, un figlio ci parla e noi anziché offrire il dono dell’ascolto incondizionato, ci affanniamo a dire la nostra. Magari ci restiamo pure male se l’altro non segue un nostro consiglio, vivendolo come un affronto personale.

 

Ma c’è di più. Possiamo ascoltare, anche nel silenzio. Possiamo esserci per gli altri, anche quando non parlano.

 

Ripenso ad una mamma, che tempo fa mi raccontava di essersi trovata all’improvviso con il suo bimbo cresciuto, un adolescente che parla pochissimo e non condivide più con lei. Ho provato empatia, verso entrambi.

 

Mi sono ricordata di quando da adolescente, ogni tanto, cadevo in lunghi silenzi e di quando mio papà provava a rompere il ghiaccio scherzando: “basta parlare, mi hai fatto venire il mal di testa!”. Mi strappava un sorriso, ma non iniziavo a parlare.

 

E poi mi sono ricordata delle volte in cui, invece, non chiedeva niente e semplicemente mi stringeva forte in un abbraccio, o mi dava di sfuggita una carezza, o mi teneva un po’ sulle ginocchia, anche se non ero più piccolina.

E allora si creava una connessione, ed è ancora oggi, un modo di dirci molte cose anche senza parlare.

 

Amare, esserci per noi e per gli altri è un impegno.

 

Occorre coraggio. Il coraggio che fa andare dritti al cuore e permette di guardare in faccia la paura e affrontare il disagio. (Sapevate che coraggio, letteralmente, significa ho cuore?)

 

Occorre onestà. La volontà, cioè di vederci chiaro, al di là di sogni, aspettative, fantasie e costruzioni mentali, stando con la realtà così com’è.

 

Occorre gentilezza. Perché come insegna Pema Chödrön “l’onestà senza la gentilezza ci fa sentire feroci e meschini, e iniziamo quasi subito a prendere l’aspetto di chi ha succhiato una fetta di limone”.

 

Occorre compassione. Quella virtù del cuore che ci permette di amare e di amarci anche nel mezzo di un’emozione difficile, nella frustrazione, nella rabbia, nella vergogna, nella delusione.

 

Buona pratica!



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